Esiodo: il primo 'volto' poetico greco (parte III)

Dopo le verità proclamate nella “Teogonia”, il suo canto ‘originale’ sugli dèi e sul cosmo, Esiodo giunge al mondo degli uomini, arduo e penoso, con un nuovo poema che la tradizione ci ha fatto pervenire: le “Opere e i Giorni”.

Tale è il titolo che la tradizione assegna al secondo più importante poema del poeta di Ascra, il quale per noi resta una delle opere più enigmatiche dell’intero panorama della letteratura greca, per le ovvie difficoltà di interpretazione, e che gli studiosi anche per questo motivo hanno cercato di assegnare a questo o a quel genere letterario; tentativo destinato a fallire perchè troppo condizionato dagli schemi e dai gusti stilistici moderni. Si è parlato in proposito di “epica didascalica”, poesia quindi in esametri destinata all’insegnamento, all’ammaestramento di natura pratica o morale, ma questa è una categoria che verrà creata secoli dopo dai poeti alessandrini nell’ambito del fervido ambiente culturale ellenistico: Arato sarà il pioniere di questa tipologia di epica (III sec. a.C.) e che verrà poi esportato a Roma, dove Virgilio rappresenterà il suo massimo esponente (I sec. a.C.).

Al di là dunque dei vani tentativi di assegnazione a questo o a quel genere, come pure di rintracciare motivi o strutture che lascino suppore un’unità di fondo nell’opera (concetto diverso per gli antichi da come viene da noi concepito), cosa possiamo dunque osservare in merito al poema come anche sul piano del rapporto con il precedente canto? Entrambi si fondano sulla figura di Zeus, vero motivo che dà unità ad entrambi i poemi e che incarna la figura di supremo garante della giustizia. Mentre però nella “Teogonia” Zeus era principio e fine del canto e colui che aveva dato ordine al creato e assicurato la giustizia tra gli esseri celesti, nelle “Opere e i Giorni” la giustizia viene calata nel contesto concreto della quotidianità del genere umano, piena di fatiche e di….ingiustizie. Proprio queste infatti costituiscono il motivo autobiografico che Esiodo sceglie per dar vita a questo canto sui lavori e sulla vita umana che va vissuta alla luce della divina giustizia, rappresentata dal più grande di tutti gli dèi, Zeus appunto, a cui viene dedicato anche qui il proemio.

Qual è questa ingiustizia? E’ quella perpretata da Perse, fratello del poeta, ai danni dello stesso Esiodo, che viene defraudato della sua parte di eredità paterna a causa dell’avidità di suo fratello, con l’ausilio di mezzi illeciti e giudici corrotti. Molto contemporanea questa storia, non trovate? Niente di nuovo sotto il sole affermava il Qoèlet… Fatto sta che forse è proprio questo lo spunto per dar inizio ad un nuovo ampio canto che va dalla riflessione sulla giustizia, che parte proprio dal proemio in onore della suprema divinità, all’esortazione al fratello Perse, perché si ricreda e torni sulla via della rettitudine; dal canto sul mito delle generazioni, secondo il quale l’umanità prima beata (Età d’oro) risulta nell’era contemporanea essere degradata e destinata ad una vita di pene e perenne fatica (Età del ferro), ad una esposizione dettagliata di precetti, prima di contenuto moraleggiante, poi riguardanti l’attività umana per eccellenza, l’agricoltura, per finire con una sezione dedicata ai giorni e ai tempi favorevoli alle varie occupazioni umane.

Del tutto inutile quindi cercare di rintracciare l’unità, concetto aleatorio per ogni poema arcaico non solo greco; nelle “Opere e i Giorni” l’unità non sta nell’articolazione dell’opera… L’uomo è al suo centro, con il suo lavoro, rischiarato dalla luce della giustizia divina. E quale miglior verso per cantare un tale argomento, se non il verso sacro per eccellenza, ovvero l’esametro?

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Esiodo: il primo ‘volto’ poetico greco (parte II)

Un canto vero. Cosa vuol dire? Esiodo rivendica per la sua poesia un carattere di verità mai prima denunciato, da nessun aedo o rapsodo; perché? Perché i precedenti cantori si inserivano in un contesto nel quale la materia del canto aveva garanzia di veridicità solo già per il fatto di rispondere ad una tradizione poetica affermata e antichissima, nonostante avessero la libertà di mescolare e rielaborare i vari canti; non di meno, le iniziali invocazioni alle Muse contribuivano a corroborare queste qualità. Ma è lo stesso Esiodo che, nei versi esattamente successivi a quelli riportati alla fine della parte I di questo nostro articolo, annuncia qualcosa di più riguardo alle Muse, ossia che esse non sempre dicono la verità, ma sanno molte volte (forse il più delle volte) anche mentire; questo parafrasando Theog., vv. 26/28, che riporto qui di seguito:

“<<ποιμένες ἄγραυλοι, κάκ’ἐλέγχεα, γαστέρες οἶον, / ἴδμεν ψέυδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα / ἴδμεν δ’εὖτ’ἐθέλομεν ἀληθέα γηρύσασθαι>>”

“<<o pastori agresti, stirpe malvagia, solo ventre, / sappiamo dire molte cose simili al vero, / ma sappiamo, quando vogliamo, proclamare la verità>>”

Come si nota dalle virgolette caporali, si tratta qui di un discorso diretto: le Muse in persona si rivolgono con tali parole ad Esiodo rivelandogli una loro “particolarità”. Come va interpretata questa affermazione che oserei definire ‘sibillina’? Esiodo cantore per la prima volta sceglie una materia di canto vera da contrapporre ad una tradizione precedente tutta falsa, anche se sotto le spoglie del vero? Beh, il senso immediato sarebbe questo. Ma in che senso (perdonate il gioco di parole)?

Anzitutto, questi versi che abbiamo riportato si inseriscono nel lungo proemio all’opera, unico nel suo genere, almeno perciò che ci è pervenuto; in Omero l’appello alla Musa si risolveva in pochi versi, una preghiera immediata in cui si notava un rapporto quasi meccanico con l’essere divino, della specie ‘io ti prego, tu mi dai’. Qui no, le cose non stanno allo stesso modo. A voler ripartire, possiamo fissare come proemio i versi che vanno da 1 a 115: 115 esametri (verso dell’epica classica) non possono per niente ricordarci gli incipit dei poemi omerici. Potrebbero però ricordarci qualche altra cosa… Ci sono pervenuti dei componimenti poetici in esametri conosciuti sotto il nome di “Inni omerici”, che, come molti manuali di letteratura qualificano, non sono né inni né tantomeno omerici, e penso che in parte questo potreste spiegarlo anche voi dopo quello che abbiamo a lungo detto. Tutto sommato però sono dei veri e propri inni ad alcune divinità, sia maggiori che minori, che si collocano nello stile epico (da qui forse l’aggettivo ‘omerico’). In sostanza, essi, secondo le ipotesi più accreditate, fungevano da προοίμια (‘proemi’) alle molteplici recitazioni o declamazioni epiche, le quali contenevano l’apostrofe al dio o alla dea, l’elencazione delle sue qualità e la narrazione di un episodio mitico ad esso/a collegato. Questo serviva come, potremmo dire, preghiera di apertura alla narrazione epica vera e propria.

La tradizione di questi ‘inni’ ha seguito una strada tutta propria, anche tortuosa, poco chiara soprattutto nella prima fase della sua storia e che merita un discorso a sé stante. Il poema esiodeo, al contrario, potrebbe essere definito come l’unico caso in cui un inno, sulla scia di quelli noti come ‘inni omerici’, è stato tramandato insieme (mi verrebbe da dire ‘incollato’) alla propria opera, ovvero ad un canto epico, perché questo è ciò che la Teogonia è. E la motivazione è semplice: staccare quest’opera da questo inno, o conviene in questo caso definirlo realmente un proemio, sarebbe stato privare la Teogonia di un dato più che essenziale, perché in esso l’autore (e qui possiamo affermare che Esiodo è l’autore di entrambi) afferma, tramite il discorso delle Muse, che il canto sarà diverso da tutti gli altri, sarà vero. E in più, subito dopo avergli rivolto la parola le Muse lo consacrano poeta e vate, con la consegna del ramo d’alloro, con il compito di cantare la stirpe divina, l’origine del mondo, ciò che è stato e ciò che sarà. Non è mica poco.

A questo segue il vero e proprio inno alle Muse, con la narrazione della loro nascita e delle loro prerogative e qualità (e tra le altre cose, dobbiamo ad Esiodo il vanto di poter conoscere il nome delle nove Muse, dal momento che è il primo a chiamarle per nome; se poi anche questo è un dato di una tradizione che noi non conosciamo oppure sia stato veramente lui il primo a coniarli, difficile stabilire); alla fine, al termine dell’inno e di questa sezione, a cui si è soliti dare il titolo di proemio e che va, come abbiamo già detto, dal verso 1 a 115, ha inizio il canto dell’origine del mondo, dell’entità primigenie e delle stirpi divine, ovvero la Teogonia vera e propria.

Questa impresa poetica, nuova, chiara e vera, ha lo scopo di assestare e sistemare la ‘teologia’ e tutto il sistema di credenze dei greci in campo religioso, che prima possiamo ipotizzare non fosse così chiaro e definito. Rompere in un certo senso, con la tradizione, iniziare ad indagare, a conoscere l’origine delle cose, del proprio essere al mondo, del mondo reale e di quello soprannaturale; ecco perché Esiodo può essere identificato come il primo filosofo dell’antica Grecia, il primo che inizia a mettere in discussione la tradizione ed il passato, e inizia a voler cercare la verità per spiegare il mondo e la divinità. Un po’ come, di lì a poco, incominceranno a fare i grandi filosofi ionici e tutti i presocratici, che porranno tutto il conoscibile e non al vaglio della scienza e la ragione.

Esiodo non ha ancora un metodo scientifico per questo, ma quello che la sua poesia ha proclamato è una nuova strada che il pensiero, la letteratura e la filosofia greca seguiranno nell’avvenire.

(fine parte II)

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Esiodo: il primo ‘volto’ poetico greco (parte I)

Nei primi articoli di questo blog avevamo trattato di Omero e di alcuni aspetti della sua poesia, in particolare di ciò che riguarda la dimensione orale-aurale dei canti epici arcaici da cui avrebbero tratto la loro origine i poemi omerici, secondo le tesi più accreditate di buona parte della critica moderna degli ultimi secoli a questa parte. Voler ora riprendere questo e altre tematiche dell’epica omerica e approfondire in modo sistematico la bellezza dell’Iliade e dell’Odissea nei loro versi immortali dai mille risvolti etico-religiosi, culturali e socio-politici, sarebbe impresa non da poco conto, e soprattutto non adatta alle pagine di questo blog, il quale mi impedisce di essere troppo analitico e prolisso, sebbene sarebbe l’unico modo di trattare degnamente una materia complessa quale quella rappresentata dai poemi sovrani della letteratura greca. Non mi vieto ad ogni modo di tornarci in futuro, in qualche articolo ancora dedicato alla poesia omerica.

Detto ciò, vorrei rammentare ai lettori soltanto ciò che dicemmo a proposito della figura di Omero: esso risulta essere, secondo le teorie moderne più accreditate, una personalità evanescente, forse mai esistita o forse un cantore, uno dei tanti o un aedo con qualche abilità e talento in più che mise insieme canti epici tradizionali fino a formare il tessuto testuale e narrativo di quello che noi oggi chiamiamo Iliade ed Odissea. Quindi, al di là dello straordinario, indiscutibile valore letterario dei versi omerici, ciò che ci resta è solo un nome, leggendario….epico, ma senza un volto.

Nei suoi versi a parlare, o per meglio dire, a cantare è sempre solo l’aedo, il cantore anonimo che nel suo rapporto di ‘amicizia’, potremmo dire così, con la dea, la musa del canto, a lei si rivolge perché gli dia mente ed arte poetica necessarie a narrare le mitiche imprese degli eroi e degli dèi:

“Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος / οὐλομένην […]”

“Ἂνδρα μοι ἒννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ / πλάγχθη […]”

Nei due celebri incipit dell’Iliade (il primo) e dell’Odissea (il secondo), il cantore, sconosciuto, dà principio alla materia del suo canto con l’invocazione di rito alla θεά, alla Μοῦσα, perché gli ispiri il nobile canto. Ma di lui non dice nulla….non servirebbe del resto, lui è solo uno dei tanti servitori delle figlie di Mnemosyne (Memoria, la divinità personificazione della memoria, di cui sarebbero figlie le nove Muse). Tuttavia, la tradizione ci tramanda tutto ciò che segue a questi versi come poemi ‘omerici’. Gli antichi greci fin dai secoli più remoti si affannarono a dare un nome ed un volto a questo cantore e anche stabilirlo in un determinato periodo storico e concedergli una patria, senza però giungere a dei risultati certi; nonostante questo, loro nell’incertezza si fidavano, per così dire, della sua esistenza storica, anche perché padre della cultura greca (non si poteva mettere in dubbio!); noi un po’ meno (secoli e fiumi di inchiostro da parte di critici e filologi!). In breve, Omero rimane una leggenda, ed un mistero…null’altro oltre ad un secolo, l’VIII a.C., in cui noi moderni collochiamo i sommi poemi.

 

All’incirca nello stesso arco temporale, o al massimo un secolo più tardi, il VII a.C., gli studiosi collocano altri due grandi poemi epici, cui la tradizione dà il titolo di Teogonia e Opere e Giorni.

Prima di dire di questi due poemi, originali senz’altro e molto innovativi (vedremo perché…), ed introdurveli, vorrei innanzitutto far focalizzare l’attenzione su due versi del proemio alla Teogonia, che vi riporto qui sotto (Theog., vv. 22-23):

 “Αἵ νύ ποθ’ Ἡσίοδον καλὴν ἐδίδαξαν ἀοιδήν,                                                                                                       ἄρνας ποιμαίνονθ’ Ἑλικῶνος ὕπο ζαθέοιο.                                                                                                    Τόνδε δὲ με πρώτιστα θεαὶ πρὸς μῦθον ἔειπον                                                                                                Μοῦσαι Ὀλυμπιάδες, κοῦραι Διὸς ἀγιόχοιο·”

“Esse (scil. le Muse) una volta insegnarono un bel canto ad Esiodo,                                                mentre pascolava gli armenti sotto il divino Elicona.                                                                                     Questo discorso a me dapprima fecero le dee,                                                                                                            le Muse d’Olimpo, figlie di Zeus egìoco.”

Questi versi, che si innestano nella lunga invocazione alle Muse che solennemente apre il suddetto poema, ci rivelano un particolare non trascurabile, anzi, rivoluzionario! Qual è? Un nome….quello di Esiodo.

Per la prima volta, dopo l’anonimato dei poemi omerici, abbiamo un nome, il primo nella cultura letteraria greca; il nome di questo poeta-pastore, al quale le Muse insegnano un canto, diverso da tutti gli altri, un canto nuovo, ma soprattutto vero, che Esiodo intonerà per primo, per tutti i Greci, ma anche per la sua terra….e per la sua famiglia (!).

(fine parte I)

 

 

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L’amore: facile o difficile?

Ahh, si me chiedi l’amore che d’è, io nun c’ho le parole, ma so che ne ‘r core nun c’ho altro che te!”

E’ soltanto da pochi giorni che ascoltiamo questa canzone, in gara al Festival di Sanremo, e già il suo ritornello ci gira nella testa e andiamo canticchiandola tra le labbra…almeno così è per me.

E’ un pensiero semplice, ma di grande effetto. Nello stesso ritornello il cantautore, Luca Barbarossa, afferma di non aver le parole per esprimere l’essenza di questo sentimento, anche difficile e travagliato, che prova per la sua compagna: “Non ho le parole che c’hanno i poeti, nun è robba pe mme“. Eppure la poesia c’è, altro che! Cosa può esserci di più poetico di non saper esprimere a parole la grandezza di un amore, confessando però di riconoscerlo davvero negli occhi dell’amata, che da sola occupa il suo cuore….?! Fate voi.

Pertanto mi sorge una piccola domanda: si può fare poesia anche non facendola?? Può essere poetica la semplicità?

Certo che sì! La semplicità è poesia! Poesia…..ma realmente che significa “poesia”?? La poesia non è altro che “fare”, “fare con amore”; dietro a questo termine c’è il verbo greco ποιέω (poièō), che altro non vuol dire se non “fare”, “realizzare”, “comporre” (nel senso più specifico di “poetare”): tutto ciò che si fa, si realizza, possiamo aggiungere, con arte ed amore, è poesia. Ogni giorno che vediamo qualcosa di bello, qualsiasi cosa sia, quella cosa è ‘poesia’! Non pensiamo quindi solo ai versi poetici quando usiamo questo vocabolo… Sul termine greco ci ritorneremo ancora nella sezione dedicata.

Quindi: se la poesia è anche qualcosa di semplice, e l’amore, come noi lo consideriamo, è poesia….allora l’amore è semplice? Il sillogismo aristotelico ci impone di rispondere (!)…..e pure Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice” è proprio il titolo di un suo brano 😉 – .

Sì non sembrerà così, ma purtroppo o per fortuna, l’amore è il sentimento più spontaneo e naturale e semplice che esista. Siamo stati noi uomini che l’abbiamo reso difficile e complicato, ma in natura non è così. Quello che più costa fatica è costruire l’amore, e mantenerlo anche quando in una relazione la passione ed il sentimento iniziale naturalmente svaniscono. Ma se ciò che sta alla base rimane semplice e vero, anche quella fatica credo possa ‘pesare’ di meno.

Sull’amore l’uomo ha parlato e ha scritto tanto, ci ha ragionato e discusso anche in modi molto complessi, nel corso di decine e decine di secoli. Ma spesso l’uomo si è relazionato con questo sentimento in modo davvero molto spontaneo e semplice: lo ha fatto ora Barbarossa con questa sua canzone “Passame Er Sale”, lo ha fatto, come abbiamo accennato, Tiziano Ferro, lo hanno fatto tanti altri cantanti e autori….. Lo hanno fatto tanti secoli fa anche alcune delle personalità più in vista, per ciò che ci rimane, della lirica greca arcaica.

Mi piace menzionare sempre, quando si parla o quando penso all’amore, i primi versi di un componimento che ci è stato tramandato del poeta greco arcaico Mimnermo (VII sec. a.C.), esponente dell’elegia d’amore; tali versi sono i seguenti (fr. 1 W., vv. 1-3):

“Τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσέης Ἀφροδίτης;

τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,

κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή […]”

Tali versi possono essere così tradotti: “Quale vita, quale piacere può esserci senza l’aurea Afrodite? / Possa io essere morto, quando tutto ciò non mi starà più a cuore:/ i suoi dolci doni, un amore segreto e il letto”.

Di certo non ha elencato cose complicate parlando di ciò che Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, concede: una relazione, detta “segreta” ma solo nel senso della dimensione privata nella quale si consuma l’amore (per questa qualificazione dell’amore tipica nell’etica greca, vi rimando alla nota facebook della pagina di questo blog: https://www.facebook.com/notes/τὰ-παλαιὰ-γράμματα/amore-segreto/974199086053001/ ), i “dolci doni” ovvero tutto ciò che si sperimenta nell’amore, ed il “letto”, coronamento di un amore e sua massima espressione. La privazione di ciò rende la vita una non-vita, tanto da augurarsi addirittura la morte fisica quando la vecchiaia non renderà queste semplici preziose cose non più desiderabili.

E’ la persona amata che riempie il cuore dell’amante e tutto ciò che serve all’uomo è solo questo.

Possiamo quindi liberamente parafrasare gli ultimi versi del ritornello posto in apertura di questo articolo nel seguente modo: “Non so cosa sia questo ‘amore’, non conosco le parole per dirtelo, ma so che tu vivi in me e senza di te non c’è più vita o piacere per me”.

Dalla negazione di poesia è nata un’eclatante manifestazione di poesia! Più semplice di così….solo l’amore.

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Εὐδαιμονία

ἡ εὐδαιμονία -ας (eydaimonìa): felicità (la)

“Εὐδαιμονίη οὐκ ἐν βοσκήμασιν οἰκεῖ οὐδὲ ἐν χρυσῷ” (Democr., B171)

Così affermava il filosofo-scienziato Democrito, in un frammento che ci è giunto della sua opera: “La felicità non risiede né nelle greggi né nell’oro”. Saggio vero? Sì, ma diremmo noi, un po’ scontato….ok, ma non troppo.

Anche noi ci ripetiamo che la felicità non è l’avere tanto, soldi, beni materiali….’greggi’; non è uscire o fare la bella vita, ma è tutt’altro. E’ una sapienza che dall’antico, come abbiamo visto, giunge sino ad oggi. Solo che non la sentiamo nostra, è una massima che filosoficamente ci ripetiamo o andiamo dicendo vantandocene, ma non riusciamo a vedere in essa, la felicità appunto, ciò che affermiamo esserne l’essenza. Come è fatta la felicità? Bah, chi lo sa…. Quando vogliamo spiegarla, c’è chi risponde come detto poc’anzi, chi invece non si sente troppo saggio e allora la identifica con ciò che più gli aggrada, più o meno nobile che sia. Però se vogliamo trovare punti in comune, se vogliamo cercare una felicità che sia tale per tutti, ne usciamo delusi, senza risultati.

Questo forse anche perché abbiamo un vocabolo atto a descriverlo che non ci dice più di tanto, ci lascia anche esso un po’ delusi.

Possiamo ipotizzare che Democrito e altri grandi pensatori del passato greco non dovettero trovarsi in difficoltà più di tanto nel dare una definizione di felicità; dopotutto la loro stessa lingua suggeriva loro che essa è una “buona disposizione d’animo“: la parola εὐδαιμονία, infatti, risulta essere composta da εὖ (ey, leggi “eu”), avverbio corrispondente al nostro “bene”, e δαίμων (dàimōn), reso in latino prima e poi in italiano con la parola “dèmone” o “demònio”, la quale per noi sta ad indicare, la seconda, nell’uso teologico cristiano, lo “spirito personale del male”, mentre la prima ha una valenza diversa, non teologica, indicante una inclinazione positiva o negativa del nostro spirito o carattere (es. “quella persona ha il dèmone della poesia, della musica, ecc.”). Per i greci il termine δαίμων stava a significare “spirito”, inteso come il nostro “anima”, l’essenza dell’uomo opposta al corpo, da cui differisce per natura; ma anche “spirito”, “fantasma” di una divinità, un’apparizione eterea di una qualche entità soprannaturale. Quindi la “felicità” intesa anche come la benedizione di uno spirito, un dèmone benevolo. Ad ogni modo, il vocabolo fa parte di una terminologia complessa, che sarebbe riduttivo tentare di spiegare in poche righe. Ma tante ce ne bastano per cogliere almeno il suo campo semantico principale, identificando appunto nella valenza dell’italiano “dèmone” la corrispettiva del δαίμων usato nel composto.

Pertanto, “un buon demone”, “uno spirito buono”, rasserenato e tranquillo o aequus animus, per dirla con i latini: tale il segreto della felicità, la sua vera essenza, ciò che spesso cerchiamo ma che altrettanto spesso ci sfugge, nella vita e nella lingua.

Questo è ciò che ci basta, per vivere una vita εὐδαιμόνως, felice!

“Ευδαιμονία ἀγαθὸν ἐκ πάντων ἀγαθῶν συγκείμενον” (Plat., Def. 412d)

“La felicità è il bene supremo (lett. il bene fra tutti i beni)”

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Ἀλήθεια

λθεια -ας (alètheia): verità (la)

Lungi dall’essere semplice, è in realtà vocabolo importante e in sé complesso. La parola è attestata già in Omero. Trova un suo frequente utilizzo nei filosofi, già nei presocratici, come Parmenide, nell’accezione di “verità” opposta a “opinione”, come si esprime a riguardo anche Platone nel Fedro: ὁ τὴν ἀλήθειαν μὴ εἰδώς, δόξας δὲ τεθηρευκώς (Plat, Phedr. 262c), “chi non conosce la verità, è andato in cerca di opinioni”. Negli storici, come in Tucidide, la verità invece è intesa come opposizione all'”apparenza”, su cui non deve fondarsi la ricerca storica. E’ successivamente nella valenza cristiana che il suo significato si sublimizzerà, secondo cui la “Verità” sarà Dio, nel suo figlio Gesù Cristo: ἐγώ εἰμι ἡ οδὸς καὶ  ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, “Io sono la Via, la Verità e la Vita” afferma Cristo in Gv. 14, 6.

Interessante la sua etimologia: nel latino la parola corrisponderebbe a veritas (da verus), da cui il nostro “verità”, che poco ci dice sul suo valore intrinseco, ovvero ciò che significa realmente ‘verità’, ‘essere vero’; nel corrispettivo greco, invece, notiamo che il vocabolo prende origine dal tema λᾱθ-/ληθ-, portatore del significato di “celare”, “nascondere” (da cui appunto il verbo λανθάνομαι (lanthanomai) = celarsi, passare inosservato, nascondersi; cf. lat. lateo) + α (alfa) privativo; pertanto la verità sarebbe, nella mentalità e nella sensibilità degli antichi greci, “ciò che non si nasconde”, “ciò che non resta celato”. Sembra una definizione banale o scontata, ma si presta a molte riflessioni, sociologiche, filosofiche e teologiche…. Se è ciò che non si nasconde o non è nascosto, celato, la verità è allora alla portata di tutti? Ed è quindi più semplice e immediata della menzogna, che per opposizione è ciò che è nascosto?? E tutto ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, la realtà, è sempre vera? E nel pensiero cristiano, perché Dio è Verità, se ci sembra che non lo vediamo? Alquanto complesso e affascinante… .

Visto che è da poco iniziato il nuovo anno, colgo anche l’occasione per trasformare questa breve analisi lessicale in un augurio: vivete il nuovo anno in “verità” ed in pienezza!

 

 

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Oralità e auralità: alcune riflessioni ‘moderne’

Nella discussione precedente abbiamo capito come l’elemento visuale ed uditivo era nelle forme letterarie della Grecia arcaica di fondamentale importanza, anzi l’oralità era l’unico loro veicolo in un’epoca in cui la scrittura non era come lo è per noi oggi e non rivestiva ancora quel ruolo che nella stessa civiltà greca assumerà secoli dopo, almeno per ciò che riguarda la letteratura. Poesia epica, lirica, inni corali, storie….tutto veniva ascoltato e visto.

E. Dodds, celebre studioso e grecista irlandese, coniò la definizione “civiltà della vergogna” per descrivere sinteticamente l’etica greca arcaica che emerge dai poemi omerici; a me ne verrebbe un’altra, di sicuro meno professionale e ancora assai meno degna di fama, ma forse efficace: nell’epoca arcaica vi era la “civiltà dell’occhio e dell’orecchio”. Tenetelo sempre bene a mente, come ribadito già nel precedente articolo. Nel corso della storia della letteratura greca questo verrà sempre meno.

Tutto ciò, fuori dal contesto storico-letterario, mi spinge ad una riflessione, a un paragone, non internamente tra altri periodi della storia greca, né tra letterature coeve del bacino del mediterraneo, ma con una civiltà che da essa è nata, e che soprattutto ne ha ereditato la cultura, il modo di pensare, lo spirito critico…..una civiltà di tanti secoli dopo, millenni dopo…..la nostra! Noi, uomini del 3000.

E in riferimento alla tematica trattata, qual è il nostro rapporto con l’orale e l’aurale?? Abbiamo forse portato agli estremi quel progressivo abbandono di queste due nobili dimensioni? Forse sì….con l’aggravante però di non averli neanche sostituite con la lettura, la scrittura, quindi con una buona cultura “libresca” (detto senza nessuna connotazione negativa).

Oggi siamo il popolo della scrittura, ma più che altro di quella definita “videoscrittura”, ciò che in pratica sto facendo io in questo momento, e quello che fanno migliaia di adolescenti (e non!) sparsi in tutto il mondo tecnologicamente avanzato, e solo tecnologicamente… Che ben venga, non sto qui a criticare né tanto meno a fare allusioni stupidamente sarcastiche (mi vogliate, però, soltanto concedere quella fatta poco sopra…); sono molti i meriti di questi supporti, che non elenchiamo perché ne uscirebbe fuori una corposa lista. Senso di vicinanza e comunicazione in tempo reale, anche a grandi distanze, valgano come buoni esempi per tutte gli altri, almeno per quanto riguarda la videoscrittura per la messaggistica istantanea. E non è roba da poco.

Il guaio è che quando le cose vanno ad interferire con altri campi e, come conseguenza sul lungo termine, a sostituirsi ad essi sebbene non ce ne sia motivo od utilità, tale meccanismo perverso (di cui non so dirvi l’origine, forse psicologica) va ad inficiare la loro stessa utilità e ovviamente a distruggere quella delle altre aree. In altre parole, se utilizziamo queste nuove e tante tecnologie in maniera erronea applicandole anche per usi, detto semplicisticamente, non legittimi, va a finire che non solo perdono la propria bellezza ed efficienza, ma intaccano anche altri aspetti che non richiedono il loro aiuto, anzi, se ne possono ben mantenere alla larga, non per superiorità, ma quanto facenti parte di altre aree appunto non affini e con esse non comunicanti. Esempi concreti: se voglio farmi una bella chiacchierata con la fidanzata o con l’amico e condividere dei momenti della mia quotidianità con lei/lui, perché non faccio “lo sforzo” di andarlo a trovare e farmi una passeggiata scambiandomi qualche parola e sguardo con lei/lui, invece di “incontrarlo” sul cellulare? Non posso? Beh, allora ecco che le moderne tecnologie mi vengono in aiuto. Il bello è che anche quando ne ho la possibilità, chatto con lui sul telefonino (pensate poi a quei coinquilini che commentano i post su Facebook da una camera all’altra!!)!

Ormai applichiamo queste ed altre tecnologie a mille e più campi della nostra vita, e lo facciamo in modo così sovrabbondante che spesso parlando di questi nuovi mezzi, diciamo: “E a che serve!!? Mamma mia, serve solo per romperti le scatole!”, “Mah, era meglio prima, quando ‘ste cose non esistevano!”, “Guarda, io mi so tolto tutto, tanto non serviva a niente ed era scocciante!”, ecc. E perché?? Non ci sono affermazioni più sbagliate di queste; però ha talmente invaso la nostra vita che davvero avvertiamo la tecnologia come una ossessione, uno tizio che ci perseguita e non ci dà tregua, e su questo non sbagliamo. Sbagliamo sì a non vedere più la sua utilità, perché in modo inconscio (forse) e progressivamente l’abbiamo allontanata da quegli usi suoi propri e dalle aree cui apporta dei grossi benefici e le abbiamo consentito di prendere posto lì dove a lei non spetta.

Chi passa una giornata a chiacchierare? Chi si ritrova a casa nel pomeriggio, o dopo cena? Chi spende del tempo per confrontarsi su un qualcosa, serio o non serio che sia? Quali bambini giocano ancora con i giocattoli e quanti si divertono in compagnia? E ancora… Chi decide di camminare in silenzio con un’altra persona anche un intero pomeriggio, solo perché a quella persona necessita una presenza in quel momento? Chi si guarda negli occhi? Chi è più bravo nella complicità? Chi abbraccia senza motivo? E pensando ai nostri antenati greci….chi si lascia più affascinare da un canto o da una recitazione, potremmo oggi dire, da un racconto, volendo ascoltarlo e riascoltarlo per ore ed ore (vi ricordate “τοῦ δ’ ἄμοτον μεμαάσιν ἀκούεμεν, ὁππότ’ ἀείδῃ”? cfr. La “letteratura” greca: ne siamo proprio sicuri?)?? Ecco, in riferimento a quest’ultima domanda pensate ad esempio ai tanti cantastorie, figure straordinarie, che sono esistiti nel nostro recente passato e che troviamo in alcune culture anche al giorno d’oggi, come nel mondo slavo tra i popoli dei Balcani e altrove, poeti e musicisti che in qualche modo hanno ereditato la figura dell’antico aedo. Dov’è finita, dunque, nel nostro mondo l’oralità, ora qui in senso lato? E l’auralità?? E le emozioni che ne derivano??

Senza estremizzare, vedete quindi e sapete anche voi come molte sono le bellezze che non sappiamo più cogliere, quelle piccole cose della nostra vita che non sappiamo più assaporare, per indulgere sempre più ad un imperialismo tecnologico che non sappiamo più domare, una tecnologia cui neghiamo di stare al suo posto, dove, come detto, sarebbe apprezzata ed elogiata di più.

Ecco, quando la voglia di “smanettare” con gli amici sul web e con i messaggi diventa qualcosa di incontrollabile e ci impedisce di uscire (facendo la scelta apparentemente più comoda!) e “toccare con mano” quelle persone, di guardarle e ascoltarle, ricordatevi di Eumeo, umile mandriano, che alla sua signora Penelope racconta, possiamo dire, quasi con le lacrime agli occhi, di quell’uomo, sconosciuto, che messosi a sedere, come un vero cantore lo aveva “incollato” con le sue strabilianti parole (“ἔπεα ἱμεροέντα”), cariche di tutte le emozioni che il suo duro viaggio, difficile e ai limiti del reale, gli aveva donato. E noi, come dei moderni Ulisse, che ricercava con infaticabile animo di ritornare alla sua patria, mettiamoci anche noi alla “ricerca” della parola, quella della conversazione, quella dell’amore….quella del racconto.

Ascoltiamoci!

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