Esiodo: il primo ‘volto’ poetico greco (parte II)

Un canto vero. Cosa vuol dire? Esiodo rivendica per la sua poesia un carattere di verità mai prima denunciato, da nessun aedo o rapsodo; perché? Perché i precedenti cantori si inserivano in un contesto nel quale la materia del canto aveva garanzia di veridicità solo già per il fatto di rispondere ad una tradizione poetica affermata e antichissima, nonostante avessero la libertà di mescolare e rielaborare i vari canti; non di meno, le iniziali invocazioni alle Muse contribuivano a corroborare queste qualità. Ma è lo stesso Esiodo che, nei versi esattamente successivi a quelli riportati alla fine della parte I di questo nostro articolo, annuncia qualcosa di più riguardo alle Muse, ossia che esse non sempre dicono la verità, ma sanno molte volte (forse il più delle volte) anche mentire; questo parafrasando Theog., vv. 26/28, che riporto qui di seguito:

“<<ποιμένες ἄγραυλοι, κάκ’ἐλέγχεα, γαστέρες οἶον, / ἴδμεν ψέυδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα / ἴδμεν δ’εὖτ’ἐθέλομεν ἀληθέα γηρύσασθαι>>”

“<<o pastori agresti, stirpe malvagia, solo ventre, / sappiamo dire molte cose simili al vero, / ma sappiamo, quando vogliamo, proclamare la verità>>”

Come si nota dalle virgolette caporali, si tratta qui di un discorso diretto: le Muse in persona si rivolgono con tali parole ad Esiodo rivelandogli una loro “particolarità”. Come va interpretata questa affermazione che oserei definire ‘sibillina’? Esiodo cantore per la prima volta sceglie una materia di canto vera da contrapporre ad una tradizione precedente tutta falsa, anche se sotto le spoglie del vero? Beh, il senso immediato sarebbe questo. Ma in che senso (perdonate il gioco di parole)?

Anzitutto, questi versi che abbiamo riportato si inseriscono nel lungo proemio all’opera, unico nel suo genere, almeno perciò che ci è pervenuto; in Omero l’appello alla Musa si risolveva in pochi versi, una preghiera immediata in cui si notava un rapporto quasi meccanico con l’essere divino, della specie ‘io ti prego, tu mi dai’. Qui no, le cose non stanno allo stesso modo. A voler ripartire, possiamo fissare come proemio i versi che vanno da 1 a 115: 115 esametri (verso dell’epica classica) non possono per niente ricordarci gli incipit dei poemi omerici. Potrebbero però ricordarci qualche altra cosa… Ci sono pervenuti dei componimenti poetici in esametri conosciuti sotto il nome di “Inni omerici”, che, come molti manuali di letteratura qualificano, non sono né inni né tantomeno omerici, e penso che in parte questo potreste spiegarlo anche voi dopo quello che abbiamo a lungo detto. Tutto sommato però sono dei veri e propri inni ad alcune divinità, sia maggiori che minori, che si collocano nello stile epico (da qui forse l’aggettivo ‘omerico’). In sostanza, essi, secondo le ipotesi più accreditate, fungevano da προοίμια (‘proemi’) alle molteplici recitazioni o declamazioni epiche, le quali contenevano l’apostrofe al dio o alla dea, l’elencazione delle sue qualità e la narrazione di un episodio mitico ad esso/a collegato. Questo serviva come, potremmo dire, preghiera di apertura alla narrazione epica vera e propria.

La tradizione di questi ‘inni’ ha seguito una strada tutta propria, anche tortuosa, poco chiara soprattutto nella prima fase della sua storia e che merita un discorso a sé stante. Il poema esiodeo, al contrario, potrebbe essere definito come l’unico caso in cui un inno, sulla scia di quelli noti come ‘inni omerici’, è stato tramandato insieme (mi verrebbe da dire ‘incollato’) alla propria opera, ovvero ad un canto epico, perché questo è ciò che la Teogonia è. E la motivazione è semplice: staccare quest’opera da questo inno, o conviene in questo caso definirlo realmente un proemio, sarebbe stato privare la Teogonia di un dato più che essenziale, perché in esso l’autore (e qui possiamo affermare che Esiodo è l’autore di entrambi) afferma, tramite il discorso delle Muse, che il canto sarà diverso da tutti gli altri, sarà vero. E in più, subito dopo avergli rivolto la parola le Muse lo consacrano poeta e vate, con la consegna del ramo d’alloro, con il compito di cantare la stirpe divina, l’origine del mondo, ciò che è stato e ciò che sarà. Non è mica poco.

A questo segue il vero e proprio inno alle Muse, con la narrazione della loro nascita e delle loro prerogative e qualità (e tra le altre cose, dobbiamo ad Esiodo il vanto di poter conoscere il nome delle nove Muse, dal momento che è il primo a chiamarle per nome; se poi anche questo è un dato di una tradizione che noi non conosciamo oppure sia stato veramente lui il primo a coniarli, difficile stabilire); alla fine, al termine dell’inno e di questa sezione, a cui si è soliti dare il titolo di proemio e che va, come abbiamo già detto, dal verso 1 a 115, ha inizio il canto dell’origine del mondo, dell’entità primigenie e delle stirpi divine, ovvero la Teogonia vera e propria.

Questa impresa poetica, nuova, chiara e vera, ha lo scopo di assestare e sistemare la ‘teologia’ e tutto il sistema di credenze dei greci in campo religioso, che prima possiamo ipotizzare non fosse così chiaro e definito. Rompere in un certo senso, con la tradizione, iniziare ad indagare, a conoscere l’origine delle cose, del proprio essere al mondo, del mondo reale e di quello soprannaturale; ecco perché Esiodo può essere identificato come il primo filosofo dell’antica Grecia, il primo che inizia a mettere in discussione la tradizione ed il passato, e inizia a voler cercare la verità per spiegare il mondo e la divinità. Un po’ come, di lì a poco, incominceranno a fare i grandi filosofi ionici e tutti i presocratici, che porranno tutto il conoscibile e non al vaglio della scienza e la ragione.

Esiodo non ha ancora un metodo scientifico per questo, ma quello che la sua poesia ha proclamato è una nuova strada che il pensiero, la letteratura e la filosofia greca seguiranno nell’avvenire.

(fine parte II)

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Esiodo: il primo ‘volto’ poetico greco (parte I)

Nei primi articoli di questo blog avevamo trattato di Omero e di alcuni aspetti della sua poesia, in particolare di ciò che riguarda la dimensione orale-aurale dei canti epici arcaici da cui avrebbero tratto la loro origine i poemi omerici, secondo le tesi più accreditate di buona parte della critica moderna degli ultimi secoli a questa parte. Voler ora riprendere questo e altre tematiche dell’epica omerica e approfondire in modo sistematico la bellezza dell’Iliade e dell’Odissea nei loro versi immortali dai mille risvolti etico-religiosi, culturali e socio-politici, sarebbe impresa non da poco conto, e soprattutto non adatta alle pagine di questo blog, il quale mi impedisce di essere troppo analitico e prolisso, sebbene sarebbe l’unico modo di trattare degnamente una materia complessa quale quella rappresentata dai poemi sovrani della letteratura greca. Non mi vieto ad ogni modo di tornarci in futuro, in qualche articolo ancora dedicato alla poesia omerica.

Detto ciò, vorrei rammentare ai lettori soltanto ciò che dicemmo a proposito della figura di Omero: esso risulta essere, secondo le teorie moderne più accreditate, una personalità evanescente, forse mai esistita o forse un cantore, uno dei tanti o un aedo con qualche abilità e talento in più che mise insieme canti epici tradizionali fino a formare il tessuto testuale e narrativo di quello che noi oggi chiamiamo Iliade ed Odissea. Quindi, al di là dello straordinario, indiscutibile valore letterario dei versi omerici, ciò che ci resta è solo un nome, leggendario….epico, ma senza un volto.

Nei suoi versi a parlare, o per meglio dire, a cantare è sempre solo l’aedo, il cantore anonimo che nel suo rapporto di ‘amicizia’, potremmo dire così, con la dea, la musa del canto, a lei si rivolge perché gli dia mente ed arte poetica necessarie a narrare le mitiche imprese degli eroi e degli dèi:

“Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος / οὐλομένην […]”

“Ἂνδρα μοι ἒννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ / πλάγχθη […]”

Nei due celebri incipit dell’Iliade (il primo) e dell’Odissea (il secondo), il cantore, sconosciuto, dà principio alla materia del suo canto con l’invocazione di rito alla θεά, alla Μοῦσα, perché gli ispiri il nobile canto. Ma di lui non dice nulla….non servirebbe del resto, lui è solo uno dei tanti servitori delle figlie di Mnemosyne (Memoria, la divinità personificazione della memoria, di cui sarebbero figlie le nove Muse). Tuttavia, la tradizione ci tramanda tutto ciò che segue a questi versi come poemi ‘omerici’. Gli antichi greci fin dai secoli più remoti si affannarono a dare un nome ed un volto a questo cantore e anche stabilirlo in un determinato periodo storico e concedergli una patria, senza però giungere a dei risultati certi; nonostante questo, loro nell’incertezza si fidavano, per così dire, della sua esistenza storica, anche perché padre della cultura greca (non si poteva mettere in dubbio!); noi un po’ meno (secoli e fiumi di inchiostro da parte di critici e filologi!). In breve, Omero rimane una leggenda, ed un mistero…null’altro oltre ad un secolo, l’VIII a.C., in cui noi moderni collochiamo i sommi poemi.

 

All’incirca nello stesso arco temporale, o al massimo un secolo più tardi, il VII a.C., gli studiosi collocano altri due grandi poemi epici, cui la tradizione dà il titolo di Teogonia e Opere e Giorni.

Prima di dire di questi due poemi, originali senz’altro e molto innovativi (vedremo perché…), ed introdurveli, vorrei innanzitutto far focalizzare l’attenzione su due versi del proemio alla Teogonia, che vi riporto qui sotto (Theog., vv. 22-23):

 “Αἵ νύ ποθ’ Ἡσίοδον καλὴν ἐδίδαξαν ἀοιδήν,                                                                                                       ἄρνας ποιμαίνονθ’ Ἑλικῶνος ὕπο ζαθέοιο.                                                                                                    Τόνδε δὲ με πρώτιστα θεαὶ πρὸς μῦθον ἔειπον                                                                                                Μοῦσαι Ὀλυμπιάδες, κοῦραι Διὸς ἀγιόχοιο·”

“Esse (scil. le Muse) una volta insegnarono un bel canto ad Esiodo,                                                mentre pascolava gli armenti sotto il divino Elicona.                                                                                     Questo discorso a me dapprima fecero le dee,                                                                                                            le Muse d’Olimpo, figlie di Zeus egìoco.”

Questi versi, che si innestano nella lunga invocazione alle Muse che solennemente apre il suddetto poema, ci rivelano un particolare non trascurabile, anzi, rivoluzionario! Qual è? Un nome….quello di Esiodo.

Per la prima volta, dopo l’anonimato dei poemi omerici, abbiamo un nome, il primo nella cultura letteraria greca; il nome di questo poeta-pastore, al quale le Muse insegnano un canto, diverso da tutti gli altri, un canto nuovo, ma soprattutto vero, che Esiodo intonerà per primo, per tutti i Greci, ma anche per la sua terra….e per la sua famiglia (!).

(fine parte I)

 

 

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L’amore: facile o difficile?

Ahh, si me chiedi l’amore che d’è, io nun c’ho le parole, ma so che ne ‘r core nun c’ho altro che te!”

E’ soltanto da pochi giorni che ascoltiamo questa canzone, in gara al Festival di Sanremo, e già il suo ritornello ci gira nella testa e andiamo canticchiandola tra le labbra…almeno così è per me.

E’ un pensiero semplice, ma di grande effetto. Nello stesso ritornello il cantautore, Luca Barbarossa, afferma di non aver le parole per esprimere l’essenza di questo sentimento, anche difficile e travagliato, che prova per la sua compagna: “Non ho le parole che c’hanno i poeti, nun è robba pe mme“. Eppure la poesia c’è, altro che! Cosa può esserci di più poetico di non saper esprimere a parole la grandezza di un amore, confessando però di riconoscerlo davvero negli occhi dell’amata, che da sola occupa il suo cuore….?! Fate voi.

Pertanto mi sorge una piccola domanda: si può fare poesia anche non facendola?? Può essere poetica la semplicità?

Certo che sì! La semplicità è poesia! Poesia…..ma realmente che significa “poesia”?? La poesia non è altro che “fare”, “fare con amore”; dietro a questo termine c’è il verbo greco ποιέω (poièō), che altro non vuol dire se non “fare”, “realizzare”, “comporre” (nel senso più specifico di “poetare”): tutto ciò che si fa, si realizza, possiamo aggiungere, con arte ed amore, è poesia. Ogni giorno che vediamo qualcosa di bello, qualsiasi cosa sia, quella cosa è ‘poesia’! Non pensiamo quindi solo ai versi poetici quando usiamo questo vocabolo… Sul termine greco ci ritorneremo ancora nella sezione dedicata.

Quindi: se la poesia è anche qualcosa di semplice, e l’amore, come noi lo consideriamo, è poesia….allora l’amore è semplice? Il sillogismo aristotelico ci impone di rispondere (!)…..e pure Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice” è proprio il titolo di un suo brano 😉 – .

Sì non sembrerà così, ma purtroppo o per fortuna, l’amore è il sentimento più spontaneo e naturale e semplice che esista. Siamo stati noi uomini che l’abbiamo reso difficile e complicato, ma in natura non è così. Quello che più costa fatica è costruire l’amore, e mantenerlo anche quando in una relazione la passione ed il sentimento iniziale naturalmente svaniscono. Ma se ciò che sta alla base rimane semplice e vero, anche quella fatica credo possa ‘pesare’ di meno.

Sull’amore l’uomo ha parlato e ha scritto tanto, ci ha ragionato e discusso anche in modi molto complessi, nel corso di decine e decine di secoli. Ma spesso l’uomo si è relazionato con questo sentimento in modo davvero molto spontaneo e semplice: lo ha fatto ora Barbarossa con questa sua canzone “Passame Er Sale”, lo ha fatto, come abbiamo accennato, Tiziano Ferro, lo hanno fatto tanti altri cantanti e autori….. Lo hanno fatto tanti secoli fa anche alcune delle personalità più in vista, per ciò che ci rimane, della lirica greca arcaica.

Mi piace menzionare sempre, quando si parla o quando penso all’amore, i primi versi di un componimento che ci è stato tramandato del poeta greco arcaico Mimnermo (VII sec. a.C.), esponente dell’elegia d’amore; tali versi sono i seguenti (fr. 1 W., vv. 1-3):

“Τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσέης Ἀφροδίτης;

τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,

κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή […]”

Tali versi possono essere così tradotti: “Quale vita, quale piacere può esserci senza l’aurea Afrodite? / Possa io essere morto, quando tutto ciò non mi starà più a cuore:/ i suoi dolci doni, un amore segreto e il letto”.

Di certo non ha elencato cose complicate parlando di ciò che Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, concede: una relazione, detta “segreta” ma solo nel senso della dimensione privata nella quale si consuma l’amore (per questa qualificazione dell’amore tipica nell’etica greca, vi rimando alla nota facebook della pagina di questo blog: https://www.facebook.com/notes/τὰ-παλαιὰ-γράμματα/amore-segreto/974199086053001/ ), i “dolci doni” ovvero tutto ciò che si sperimenta nell’amore, ed il “letto”, coronamento di un amore e sua massima espressione. La privazione di ciò rende la vita una non-vita, tanto da augurarsi addirittura la morte fisica quando la vecchiaia non renderà queste semplici preziose cose non più desiderabili.

E’ la persona amata che riempie il cuore dell’amante e tutto ciò che serve all’uomo è solo questo.

Possiamo quindi liberamente parafrasare gli ultimi versi del ritornello posto in apertura di questo articolo nel seguente modo: “Non so cosa sia questo ‘amore’, non conosco le parole per dirtelo, ma so che tu vivi in me e senza di te non c’è più vita o piacere per me”.

Dalla negazione di poesia è nata un’eclatante manifestazione di poesia! Più semplice di così….solo l’amore.

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Εὐδαιμονία

ἡ εὐδαιμονία -ας (eydaimonìa): felicità (la)

“Εὐδαιμονίη οὐκ ἐν βοσκήμασιν οἰκεῖ οὐδὲ ἐν χρυσῷ” (Democr., B171)

Così affermava il filosofo-scienziato Democrito, in un frammento che ci è giunto della sua opera: “La felicità non risiede né nelle greggi né nell’oro”. Saggio vero? Sì, ma diremmo noi, un po’ scontato….ok, ma non troppo.

Anche noi ci ripetiamo che la felicità non è l’avere tanto, soldi, beni materiali….’greggi’; non è uscire o fare la bella vita, ma è tutt’altro. E’ una sapienza che dall’antico, come abbiamo visto, giunge sino ad oggi. Solo che non la sentiamo nostra, è una massima che filosoficamente ci ripetiamo o andiamo dicendo vantandocene, ma non riusciamo a vedere in essa, la felicità appunto, ciò che affermiamo esserne l’essenza. Come è fatta la felicità? Bah, chi lo sa…. Quando vogliamo spiegarla, c’è chi risponde come detto poc’anzi, chi invece non si sente troppo saggio e allora la identifica con ciò che più gli aggrada, più o meno nobile che sia. Però se vogliamo trovare punti in comune, se vogliamo cercare una felicità che sia tale per tutti, ne usciamo delusi, senza risultati.

Questo forse anche perché abbiamo un vocabolo atto a descriverlo che non ci dice più di tanto, ci lascia anche esso un po’ delusi.

Possiamo ipotizzare che Democrito e altri grandi pensatori del passato greco non dovettero trovarsi in difficoltà più di tanto nel dare una definizione di felicità; dopotutto la loro stessa lingua suggeriva loro che essa è una “buona disposizione d’animo“: la parola εὐδαιμονία, infatti, risulta essere composta da εὖ (ey, leggi “eu”), avverbio corrispondente al nostro “bene”, e δαίμων (dàimōn), reso in latino prima e poi in italiano con la parola “dèmone” o “demònio”, la quale per noi sta ad indicare, la seconda, nell’uso teologico cristiano, lo “spirito personale del male”, mentre la prima ha una valenza diversa, non teologica, indicante una inclinazione positiva o negativa del nostro spirito o carattere (es. “quella persona ha il dèmone della poesia, della musica, ecc.”). Per i greci il termine δαίμων stava a significare “spirito”, inteso come il nostro “anima”, l’essenza dell’uomo opposta al corpo, da cui differisce per natura; ma anche “spirito”, “fantasma” di una divinità, un’apparizione eterea di una qualche entità soprannaturale. Quindi la “felicità” intesa anche come la benedizione di uno spirito, un dèmone benevolo. Ad ogni modo, il vocabolo fa parte di una terminologia complessa, che sarebbe riduttivo tentare di spiegare in poche righe. Ma tante ce ne bastano per cogliere almeno il suo campo semantico principale, identificando appunto nella valenza dell’italiano “dèmone” la corrispettiva del δαίμων usato nel composto.

Pertanto, “un buon demone”, “uno spirito buono”, rasserenato e tranquillo o aequus animus, per dirla con i latini: tale il segreto della felicità, la sua vera essenza, ciò che spesso cerchiamo ma che altrettanto spesso ci sfugge, nella vita e nella lingua.

Questo è ciò che ci basta, per vivere una vita εὐδαιμόνως, felice!

“Ευδαιμονία ἀγαθὸν ἐκ πάντων ἀγαθῶν συγκείμενον” (Plat., Def. 412d)

“La felicità è il bene supremo (lett. il bene fra tutti i beni)”

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Ἀλήθεια

λθεια -ας (alètheia): verità (la)

Lungi dall’essere semplice, è in realtà vocabolo importante e in sé complesso. La parola è attestata già in Omero. Trova un suo frequente utilizzo nei filosofi, già nei presocratici, come Parmenide, nell’accezione di “verità” opposta a “opinione”, come si esprime a riguardo anche Platone nel Fedro: ὁ τὴν ἀλήθειαν μὴ εἰδώς, δόξας δὲ τεθηρευκώς (Plat, Phedr. 262c), “chi non conosce la verità, è andato in cerca di opinioni”. Negli storici, come in Tucidide, la verità invece è intesa come opposizione all'”apparenza”, su cui non deve fondarsi la ricerca storica. E’ successivamente nella valenza cristiana che il suo significato si sublimizzerà, secondo cui la “Verità” sarà Dio, nel suo figlio Gesù Cristo: ἐγώ εἰμι ἡ οδὸς καὶ  ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, “Io sono la Via, la Verità e la Vita” afferma Cristo in Gv. 14, 6.

Interessante la sua etimologia: nel latino la parola corrisponderebbe a veritas (da verus), da cui il nostro “verità”, che poco ci dice sul suo valore intrinseco, ovvero ciò che significa realmente ‘verità’, ‘essere vero’; nel corrispettivo greco, invece, notiamo che il vocabolo prende origine dal tema λᾱθ-/ληθ-, portatore del significato di “celare”, “nascondere” (da cui appunto il verbo λανθάνομαι (lanthanomai) = celarsi, passare inosservato, nascondersi; cf. lat. lateo) + α (alfa) privativo; pertanto la verità sarebbe, nella mentalità e nella sensibilità degli antichi greci, “ciò che non si nasconde”, “ciò che non resta celato”. Sembra una definizione banale o scontata, ma si presta a molte riflessioni, sociologiche, filosofiche e teologiche…. Se è ciò che non si nasconde o non è nascosto, celato, la verità è allora alla portata di tutti? Ed è quindi più semplice e immediata della menzogna, che per opposizione è ciò che è nascosto?? E tutto ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, la realtà, è sempre vera? E nel pensiero cristiano, perché Dio è Verità, se ci sembra che non lo vediamo? Alquanto complesso e affascinante… .

Visto che è da poco iniziato il nuovo anno, colgo anche l’occasione per trasformare questa breve analisi lessicale in un augurio: vivete il nuovo anno in “verità” ed in pienezza!

 

 

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Oralità e auralità: alcune riflessioni ‘moderne’

Nella discussione precedente abbiamo capito come l’elemento visuale ed uditivo era nelle forme letterarie della Grecia arcaica di fondamentale importanza, anzi l’oralità era l’unico loro veicolo in un’epoca in cui la scrittura non era come lo è per noi oggi e non rivestiva ancora quel ruolo che nella stessa civiltà greca assumerà secoli dopo, almeno per ciò che riguarda la letteratura. Poesia epica, lirica, inni corali, storie….tutto veniva ascoltato e visto.

E. Dodds, celebre studioso e grecista irlandese, coniò la definizione “civiltà della vergogna” per descrivere sinteticamente l’etica greca arcaica che emerge dai poemi omerici; a me ne verrebbe un’altra, di sicuro meno professionale e ancora assai meno degna di fama, ma forse efficace: nell’epoca arcaica vi era la “civiltà dell’occhio e dell’orecchio”. Tenetelo sempre bene a mente, come ribadito già nel precedente articolo. Nel corso della storia della letteratura greca questo verrà sempre meno.

Tutto ciò, fuori dal contesto storico-letterario, mi spinge ad una riflessione, a un paragone, non internamente tra altri periodi della storia greca, né tra letterature coeve del bacino del mediterraneo, ma con una civiltà che da essa è nata, e che soprattutto ne ha ereditato la cultura, il modo di pensare, lo spirito critico…..una civiltà di tanti secoli dopo, millenni dopo…..la nostra! Noi, uomini del 3000.

E in riferimento alla tematica trattata, qual è il nostro rapporto con l’orale e l’aurale?? Abbiamo forse portato agli estremi quel progressivo abbandono di queste due nobili dimensioni? Forse sì….con l’aggravante però di non averli neanche sostituite con la lettura, la scrittura, quindi con una buona cultura “libresca” (detto senza nessuna connotazione negativa).

Oggi siamo il popolo della scrittura, ma più che altro di quella definita “videoscrittura”, ciò che in pratica sto facendo io in questo momento, e quello che fanno migliaia di adolescenti (e non!) sparsi in tutto il mondo tecnologicamente avanzato, e solo tecnologicamente… Che ben venga, non sto qui a criticare né tanto meno a fare allusioni stupidamente sarcastiche (mi vogliate, però, soltanto concedere quella fatta poco sopra…); sono molti i meriti di questi supporti, che non elenchiamo perché ne uscirebbe fuori una corposa lista. Senso di vicinanza e comunicazione in tempo reale, anche a grandi distanze, valgano come buoni esempi per tutte gli altri, almeno per quanto riguarda la videoscrittura per la messaggistica istantanea. E non è roba da poco.

Il guaio è che quando le cose vanno ad interferire con altri campi e, come conseguenza sul lungo termine, a sostituirsi ad essi sebbene non ce ne sia motivo od utilità, tale meccanismo perverso (di cui non so dirvi l’origine, forse psicologica) va ad inficiare la loro stessa utilità e ovviamente a distruggere quella delle altre aree. In altre parole, se utilizziamo queste nuove e tante tecnologie in maniera erronea applicandole anche per usi, detto semplicisticamente, non legittimi, va a finire che non solo perdono la propria bellezza ed efficienza, ma intaccano anche altri aspetti che non richiedono il loro aiuto, anzi, se ne possono ben mantenere alla larga, non per superiorità, ma quanto facenti parte di altre aree appunto non affini e con esse non comunicanti. Esempi concreti: se voglio farmi una bella chiacchierata con la fidanzata o con l’amico e condividere dei momenti della mia quotidianità con lei/lui, perché non faccio “lo sforzo” di andarlo a trovare e farmi una passeggiata scambiandomi qualche parola e sguardo con lei/lui, invece di “incontrarlo” sul cellulare? Non posso? Beh, allora ecco che le moderne tecnologie mi vengono in aiuto. Il bello è che anche quando ne ho la possibilità, chatto con lui sul telefonino (pensate poi a quei coinquilini che commentano i post su Facebook da una camera all’altra!!)!

Ormai applichiamo queste ed altre tecnologie a mille e più campi della nostra vita, e lo facciamo in modo così sovrabbondante che spesso parlando di questi nuovi mezzi, diciamo: “E a che serve!!? Mamma mia, serve solo per romperti le scatole!”, “Mah, era meglio prima, quando ‘ste cose non esistevano!”, “Guarda, io mi so tolto tutto, tanto non serviva a niente ed era scocciante!”, ecc. E perché?? Non ci sono affermazioni più sbagliate di queste; però ha talmente invaso la nostra vita che davvero avvertiamo la tecnologia come una ossessione, uno tizio che ci perseguita e non ci dà tregua, e su questo non sbagliamo. Sbagliamo sì a non vedere più la sua utilità, perché in modo inconscio (forse) e progressivamente l’abbiamo allontanata da quegli usi suoi propri e dalle aree cui apporta dei grossi benefici e le abbiamo consentito di prendere posto lì dove a lei non spetta.

Chi passa una giornata a chiacchierare? Chi si ritrova a casa nel pomeriggio, o dopo cena? Chi spende del tempo per confrontarsi su un qualcosa, serio o non serio che sia? Quali bambini giocano ancora con i giocattoli e quanti si divertono in compagnia? E ancora… Chi decide di camminare in silenzio con un’altra persona anche un intero pomeriggio, solo perché a quella persona necessita una presenza in quel momento? Chi si guarda negli occhi? Chi è più bravo nella complicità? Chi abbraccia senza motivo? E pensando ai nostri antenati greci….chi si lascia più affascinare da un canto o da una recitazione, potremmo oggi dire, da un racconto, volendo ascoltarlo e riascoltarlo per ore ed ore (vi ricordate “τοῦ δ’ ἄμοτον μεμαάσιν ἀκούεμεν, ὁππότ’ ἀείδῃ”? cfr. La “letteratura” greca: ne siamo proprio sicuri?)?? Ecco, in riferimento a quest’ultima domanda pensate ad esempio ai tanti cantastorie, figure straordinarie, che sono esistiti nel nostro recente passato e che troviamo in alcune culture anche al giorno d’oggi, come nel mondo slavo tra i popoli dei Balcani e altrove, poeti e musicisti che in qualche modo hanno ereditato la figura dell’antico aedo. Dov’è finita, dunque, nel nostro mondo l’oralità, ora qui in senso lato? E l’auralità?? E le emozioni che ne derivano??

Senza estremizzare, vedete quindi e sapete anche voi come molte sono le bellezze che non sappiamo più cogliere, quelle piccole cose della nostra vita che non sappiamo più assaporare, per indulgere sempre più ad un imperialismo tecnologico che non sappiamo più domare, una tecnologia cui neghiamo di stare al suo posto, dove, come detto, sarebbe apprezzata ed elogiata di più.

Ecco, quando la voglia di “smanettare” con gli amici sul web e con i messaggi diventa qualcosa di incontrollabile e ci impedisce di uscire (facendo la scelta apparentemente più comoda!) e “toccare con mano” quelle persone, di guardarle e ascoltarle, ricordatevi di Eumeo, umile mandriano, che alla sua signora Penelope racconta, possiamo dire, quasi con le lacrime agli occhi, di quell’uomo, sconosciuto, che messosi a sedere, come un vero cantore lo aveva “incollato” con le sue strabilianti parole (“ἔπεα ἱμεροέντα”), cariche di tutte le emozioni che il suo duro viaggio, difficile e ai limiti del reale, gli aveva donato. E noi, come dei moderni Ulisse, che ricercava con infaticabile animo di ritornare alla sua patria, mettiamoci anche noi alla “ricerca” della parola, quella della conversazione, quella dell’amore….quella del racconto.

Ascoltiamoci!

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La “letteratura” greca: ne siamo proprio sicuri?

Delphi: Apoll

‘Apollo e il corvo’, particolare di una kylix a fondo bianco, rinvenuta in una tomba a Delfi, 450 a.C. ca.

Sì, di sicuro ora mi tirerò dietro qualche aspra critica o, per i più spiccioli, qualche ortaggio….si spera di stagione! 😀 Per chi invece sarà, per così dire, più buono e meno impulsivo, rileggerà il titolo dell’articolo, ma ad ogni modo resterà sconcertato o mi vedrà come enigmatico o dissacratore.

Posso comunque assicurarvi che la cosa non è affatto enigmatica né tanto meno si tratta di un’affermazione di un pazzo ignorante e rivoluzionario; anzi, è una domanda (ma, allo stadio attuale delle conoscenze, una “certezza”) che ci porta a un discorso lunghissimo e di cui io cercherò di farvi una corposa sintesi a fini divulgativi, non essendo questo il luogo più adatto, come affermato nell’introduzione, per profonderci in analisi, critiche e dissertazioni accademiche. Pertanto, miei cari lettori, il suddetto titolo è una necessaria, anzi, più che necessaria domanda la cui risposta costituisce l’unica chiave di lettura per una corretta fruizione dei testi ‘letterari’ dell’Antica Grecia, o per la maggior parte di essi. Mi servo, quindi, di questo primo ufficiale articolo per parlarvi di tale questione di cui necessita essere a conoscenza se si vuole essere buoni lettori dei classici greci.

Veniamo, dunque, ai fatti.

Tutto ciò che ci è giunto della letteratura greca (tranquilli, la possiamo chiamare così) ci è arrivato per la maggior parte tramite la tradizione manoscritta, per lo più medievale, ed ovviamente non si hanno autografi… Vi ho spaventato? No, non credo, anche perché penso che per molti questo sia un dato di fatto. La restante parte forse ci sarà rimasta male….mi dispiace ma è così. Magari non lo fosse! Lo stesso vale per le altre letterature del mondo antico. Quindi, per spiegarci con parole un po’ più ‘amichevoli’, tutto ciò che leggiamo degli autori antichi….”ce lo ha detto qualcun altro”, cui noi non prestiamo immediatamente fede ma lo compariamo con quello che “altri amici ci hanno detto della stessa cosa”; quelli che traggono le conclusioni, a volerle definire così, si chiamano ‘filologi’. In futuro, forse spenderemo qualche parola per queste persone meravigliose… Ah, ovviamente quel “qualcun altro”, insieme agli “altri amici”, lo hanno sentito dire, a loro volta, da persone che noi purtroppo non conosciamo, e loro stessi si trovano a distanza di più di mille anni dalla prima volta “che questa storia è stata messa in giro”(!!). Bello no?! Mica tanto…ma fa parte del gioco. Ma per ora basta ‘scoop’! Vi ho già destabilizzato un bel po’….;) Tutta questa simpatica introduzione ci è servita però per capire da chi, ovvero, come noi possiamo leggere i testi degli autori antichi. E ve l’ho fatta facile!

Torniamo, così, al nostro argomento. Dicevo poc’anzi che di autografi non ne abbiamo….sì, ma noi non ne abbiamo. Nell’antichità ce ne erano, o meglio, vi erano copie che l’autore faceva redigere, spesso dal proprio stesso autografo, e poi pubblicare, o giù di lì (anche questo tema richiederebbe qualche parolina in più, ma per ora ce la risparmiamo). La cosa interessante è che per il mondo letterario greco non è stato così fin da subito, ma ciò si è verificato in un epoca piuttosto recente della storia della civiltà greca; in un certo lasso di tempo di questa storia, e a definirlo lasso ci vuole coraggio dato che dura svariati secoli (!), del libro così come lo intendiamo noi, o del rotolo per essere al passo con i tempi (con quei tempi eh!)….nemmeno l’ombra! Sì, proprio così, anche se da un certo periodo di questo ‘lasso’ si può iniziare a suppore qualcosa; ma in via di massima non si leggeva nulla, e forse nemmeno si scriveva. Bell’affare non trovate? E quindi??

Quindi rimane soltanto una cosa, anzi ne restano due…..la bocca e le orecchie. No, non voglio fare anatomia, ma soltanto dire che questi due organi sono stati, insieme alla funzione della memoria, gli unici veicoli della cultura del mondo greco per svariati secoli, o forse tanti in più se risaliamo oltre quei limiti cronologici che di solito costituiscono i nostri confini entro i quali si muovono più o meno agevolmente le nostre conoscenze storico-letterarie.

Conoscete Omero (non di persona ovviamente, anche se molto probabilmente di persona non lo ha mai conosciuto nessuno….!)? Beh, anche se non sarete miei colleghi penso che un po’ tutti noi nel corso scolastico abbiamo affrontato lo studio dei due grandi poemi epici, Iliade e Odissea, o almeno abbiamo visto film che li hanno ripresi e che hanno contribuito a far fissare nelle nostre menti almeno i loro episodi più belli e noti, in una veste forse meno noiosa. La volete sapere una cosa?! Anche gli antichi greci questi due capolavori non li leggevano a tavolino; certo, non andavano al cinema a vederseli con tanto di 3D e Dolby Surround, ma di sicuro se li sentivano raccontare dall’aedo o dal rapsodo, diciamo una sorta di cantastorie dell’epoca, delle ‘rockstar’ che dilettavano con tanto di strumento e di tecniche ad effetto (i loro effetti speciali li avevano, un po’ meno elettronici!) le corti della Grecia arcaica (con tale aggettivo si definisce un periodo della storia greca che va dal IX/VIII sec. ai principi del V sec. a.C.), magari di sera mentre si stava riuniti intorno al fuoco del megaron. 

E tutto questo non era semplice divertimento o svago limitato alle occasioni di “socializzazione”, ma era cultura, La Cultura (non a caso le iniziali maiuscole) del popolo greco, e l’epica, non soltanto quella omerica, era l’unico collante culturale che li teneva uniti e che codificava l’identità di tutti greci, divisi e differenti sul piano linguistico, politico e sociale, caratteristica che resterà per tanto tempo una peculiarità della storia della civiltà greca.

Non soltanto “racconti” dunque, ma vero e proprio elemento identitario, quasi una “Bibbia” della civiltà greca, e così sarà per sempre, come Omero sarà nell’antichità considerato per sempre “Il Poeta” per eccellenza. Un momento solo però, altrimenti mi contraddico…giusto una piccola, stringata parentesi su Omero: prima ho detto quasi di sfuggita che forse Omero di persona non lo ha mai conosciuto nessuno, quindi come fa ad essere definito un non-esistente un poeta. Eh, bella domanda! Mai sentito parlare di “questione omerica”? Già il nome mette un po’ di ansia; in effetti, la materia non è da poco. Diciamo che già gli antichi si ponevano il problema se fosse o non fosse esistito, problematica che poi è stata ripresa in epoca moderna e si è trasferita su quella della paternità dei due poemi “omerici” e quindi su questioni di natura filologica, come la genesi e la formazione di questi ultimi. Sì, perché la materia di canto di Iliade (guerra di Troia) e Odissea (ritorno di Ulisse in patria dalla guerra di Troia) non sono che un segmento dello smisurato bagaglio epico cui potevano attingere gli aedi e i rapsodi (vd. sopra) e di cui non ci è giunta che la minima parte; erano isolette facenti parte di un enorme “arcipelago epico”, per usare un’efficace e simpatica definizione di un insigne studioso e filologo quale Luigi Enrico Rossi; e che, non dimentichiamocelo, viveva nel cuore degli aedi e “viaggiava” sulle loro bocche. E forse Omero, se fosse mai esistito, sarebbe uno di loro… ma comunque, e badate bene, non un autore ‘ex novo’ dei poemi definiti omerici.

A questo bagaglio, i cosiddetti cicli epici, i cantori, appunto, accedevano per scegliere una tematica, una “parte” del tutto che poi con l’aiuto della “Musa” che tanto veniva invocata, e quindi della loro arte e inventiva, veniva magistralmente declamata alla presenza del pubblico. E ciò ci è ben noto e lo possiamo facilmente arguire dal verso che fa da chiusura al proemio dell’Odissea che ha una forte valenza metaletteraria, ovvero Od. I, 10:

“τῶν ἁμόθεν γε, θεά, θύγατερ Διός, εἰπὲ καὶ ἡμῖν”

“di queste vicende, o dea figlia di Zeus, comincia da un punto qualunque a raccontare anche a noi”

Quell’ ἁμόθεν non deve essere banalizzato come spesso è stato fatto nelle traduzioni, perché ci svela un qualcosa di molto importante, se non fondamentale alla nostra comprensione: alla Musa il cantore si rivolge pregandola di ispirargli il racconto delle vicende del ritorno di Ulisse, iniziando “da un punto qualunque”; una prova se non concreta, ma molto forte della fluidità dell’epos, ovvero del racconto epico, nell’epoca arcaica, soggetta a nuove aggiunte, rimaneggiamenti, spostamenti, ecc.

E questo concetto non è affatto secondario nella comprensione per noi moderni di “come funzionava” l’epos nel mondo greco, almeno nella fase ‘creativa’ del periodo arcaico, che si contrappone a quella della fissazione per iscritto, che, lungi dall’essere un qualcosa accaduta dall’oggi al domani, si avrà secoli dopo, e uno dei primi tentativi sarà quello operato da Pisistrato, tiranno di Atene, alla fine del VI sec. a.C.

Ma torniamo alla questione della comunicazione aurale-visuale della cultura greca arcaica, secondo la definizione di W. J. Ong. Leggiamo questo passo tratto da Od. XVII, 518-521:

“ὡς δ’ ὅτ’ ἀοιδὸν ἀνὴρ ποτιδέρκεται, ὅς τε θεῶν ἒξ / ἀείδῃ δεδαὼς ἔπε’ἱμεροέντα βροτοῖσι, / τοῦ δ’ ἄμοτον μεμαάσιν ἀκούεμεν, ὁππότ’ ἀείδῃ· / ὣς ἐμὲ κεῖνος ἔθελγε παρήμενος ἐν μεγάροισι.”

“come quando un uomo guarda all’aedo, che, istruito dagli dei, canta parole deliziose per gli uomini, e quelli (=il pubblico) vogliono ascoltarlo incessantemente cantare, così lui mi incantava mentre era nella mia sala.”

Qui è il porcaio Eumeo a parlare; riferisce a Penelope come Ulisse, che per primo ha incontrato nella sua casa ma che ancora rimane sotto mentite spoglie, quelle di un mendicante, lo abbia “incantato” nel raccontargli la sua triste sorte; così come il pubblico di un aedo viene ammaliato e quasi rapito dal suo dolce e “drammatico” canto. Eumeo quindi paragona il racconto di Ulisse a quello di un bravo aedo, esaltando le sue capacità poetiche e di racconto, e le sue parole sono per noi molto importanti perché ci danno uno straordinario indizio riguardo alla recitazione dei cantori. Inoltre, i verbi che ho evidenziato in grassetto non solo fanno ovviamente parte dei verbi di senso, ma hanno una forte carica semantica, specie il primo ποτιδέρκομαι, a riprova del fatto che non si ascolta o si guarda semplicemente, ma si viene quasi rapiti, incantati, in un esperienza sensoriale quasi irreale!

Di passi come questi se ne potrebbe fare un bell’elenco, ma riporto solo questo perché mi è sembrato quello più significativo, ed anche per esigenze di spazio, altrimenti ne uscirebbe fuori una analisi molto lunga e forse noiosa.

E’ chiaro quindi come la cultura arcaica sia una cultura che viaggia sulla bocca e sulle orecchie, e che tale concetto vale non solo per l’epica ma per tutte le altre forme letterarie di quest’epoca o poco successive, come l’elegia, la lirica, monodica e corale, e gli altri generi poetici, tutti per giunta strettamente legate al contesto sociale in cui nascevano e all’occasione per cui si componeva (su queste forme poetiche ritorneremo in futuro perché meritano una trattazione specifica).

Basti, comunque, tenere ben a mente che tutto ciò che di quest’epoca, ma anche di qualche prodotto letterario successivo, noi leggiamo, allora veniva ascoltato…..e visto!

 

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“Una lezione di musica”, hydria attica a figure rosse da Vulci, 510 a.C. ca.

 

Spero che questa sintesi, che per me è stata una piccola sfida dato che la materia coinvolta è molto ma molto vasta e complessa ai fini di farne una trattazione scientifica ed esaustiva, sia valsa a mettere in chiaro ciò cui si alludeva nel sarcastico titolo: é possibile parlare di “letteratura” greca in senso moderno, ovvero come prodotti letterari che nascono e vengono recepiti in una veste scritta e stabile? Beh sì, si può, ma da un certo periodo in poi, non per l’intera produzione letteraria e indiscriminatamente per tutti i suoi periodi storici.


Note: più che redigere una bibliografia, vi consiglio qualche articolo per chi volesse meglio approfondire la questione:

  • L. E. Rossi, La comunicazione orale: Omero ed Esiodo nell’arcipelago epico, <<Critica del Testo>>, 13, 2010, pp. 69-80
  • L. E. Rossi, I generi letterari e le loro leggi scritte e non scritte nelle letterature classiche, <<BICS>>, 18, 1971, pp. 69-94
  • L. E. Rossi, Lo spettacolo, in S. Settis (a cura di), “I Greci. Storia Cultura Arte Società”, 2, II, Torino 1996, pp. 751-793

Per i contesti, i personaggi e questioni proprie della letteratura greca e in particolare di quella dell’età arcaica cui abbiamo accennato, rimando ad un qualsiasi manuale di letteratura greca reperibile in commercio.

 

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